Il branco uccide l’empatia


Una notte di festa diventa un incubo: tre adolescenti aggrediscono un coetaneo disabile.

Dietro la violenza, fragilità psicologiche e responsabilità sociali che interrogano la responsabilità collettiva

Durante la notte di Halloween, un ragazzo di 15 anni con disabilità cognitiva è stato vittima di un grave episodio di violenza a Moncalieri. Tre adolescenti tra i 14 e i 16 anni — già noti per far parte di una baby gang — lo avrebbero attirato in una casa abbandonata, minacciato con un cacciavite e costretto a subire umiliazioni, tra cui la rasatura di capelli e sopracciglia e l’immersione forzata nella Dora Riparia, mentre veniva ripreso con i cellulari.

In merito è intervenuta la Dottoressa Maria Beatrice Toro sottolineando come adolescenti che entrano a far parte di baby gang mostrano una crescita emotiva e relazionale incompleta. Faticano a riconoscere e gestire emozioni come rabbia, frustrazione o vergogna e cercano nel gruppo un senso di appartenenza che, in contesti devianti, finisce per trasformarsi in una spirale di violenza. All’interno del branco, la rabbia viene normalizzata e la responsabilità personale si dissolve, mentre la trasgressione diventa una forma di coesione e sfida.

In queste dinamiche, l’altro perde valore come persona: la vittima diventa un bersaglio, le sue reazioni vengono derise e l’empatia scompare. L’aggressione a un coetaneo fragile rivela una regressione verso comportamenti di sopraffazione e una profonda assenza di etica. Colpire il più debole diventa un modo distorto per affermare sé stessi, segno di un vuoto identitario e morale, ma anche del fallimento di un contesto sociale incapace di prevenire la devianza.

I responsabili di episodi di questo tipo sono spesso già noti per atti vandalici o comportamenti antisociali, segnali trascurati di un disagio crescente. È il riflesso di una società che fatica a costruire senso di comunità e investe poco in educazione, prevenzione e riabilitazione, mentre la violenza viene banalizzata anche attraverso linguaggi e prodotti culturali.

Per affrontare il problema è necessario un intervento corale: famiglie, scuola, allenatori, assistenti sociali, psicologi e forze dell’ordine devono lavorare insieme, riconoscendo precocemente i segnali di disagio. Fondamentali anche esperienze riparative che permettano ai ragazzi di riscoprire l’empatia e il valore dell’altro, unite a percorsi psicoterapeutici mirati al recupero della responsabilità personale e delle competenze emotive.

Per la vittima, la priorità è garantire sicurezza psicologica e trattare i sintomi post-traumatici, aiutandola poi a ricostruire fiducia, controllo e autostima. Nel medio-lungo termine, il lavoro psicologico mira ad integrare il trauma e a favorire una crescita post-traumatica, trasformando l’esperienza in risorsa e prospettiva di futuro.

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