Padri che uccidono

Dopo le terribili vicende di cronaca cui abbiamo assistito nei giorni scorsi che hanno colpito Trento, Conegliano a Treviso e Volterra, la Prof.ssa Toro, ospite della trasmissione “Nel cuore dei giorni”, prova a spiegare insieme alla conduttrice Lucia Ascione, cosa porta alcuni padri a porre fine alla propria vita e, soprattutto, a quella dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa, quando si parla di una violenza così efferata, sono da escludere il raptus o la follia omicida perché, qualunque sia il movente di queste tragedie, ci sarebbe sempre la possibilità di fare una scelta diversa o di tornare indietro e questi uomini, vinti dalla disperazione e dalla rabbia, lucida e distruttiva, non l’hanno fatto e hanno deciso di portarsi dietro le creature cui hanno dato la vita…i propri figli.

Le motivazioni che possono spingere i padri a compiere tali violenze possono essere, nei casi di separazioni estremamente conflittuali, l’idea che se ci si suicida ma si lasciano i figli in vita si fa “vincere” l’ex moglie dandogli una soddisfazione. Il suicidio, in questi casi, coinciderebbe con l’uscita di scena e ciò significherebbe lasciare l’ex moglie libera di agire e di vivere serenamente la propria vita. La morte del figlio, dunque, all’interno di questo scenario, viene a configurarsi come un terribile atto di aggressione prima contro la donna, ex moglie e madre disperata privata del proprio figlio, e poi contro il figlio stesso che viene vissuto solo come un mero strumento tramite cui far passare l’aggressività. Un altra motivazione potrebbe essere che la persona tende ad associare una difficoltà personale, un fallimento, alla morte:”Se fallisco allora muoio!”. La morte sembra essere l’unico modo per porre rimedio al dramma interiore che la persona sta vivendo. In questo tremendo scenario si fa strada l’idea che per sistemare le cose è opportuno uccidere anche i figli così da porre la parole definitivamente “fine” al disastro creato. Il fallimento, invece, fa parte della vita, non è necessario vivere la vita sempre sulla cresta dell’onda, fallire una volta non significa essere un fallito, non è un destino, si può sempre tornare indietro e recuperare un filo di speranza.

 

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