Intrervista su Il Salvagente

”Monica poteva essere curata”, la psicologa parla della mamma di Padova

La morte del piccolo Alessandro. L’opinione della dottoressa Beatrice Toro.

Barbara Cataldi

Monica Cabrele non riesce ancora a capire cosa è successo e perché ha ucciso – con una decina di coltellate – Alessandro, il figlio di tre anni. “Ci volevamo tutti tanto bene”, ha ripetuto ieri ai magistrati che seguono l’inchiesta. E, in effetti, la tragedia che si è consumata sabato sera a Curtarolo, nel Padovano, resta all’apparenza inspiegabile.   La famiglia vive in un’abitazione unifamiliare in campagna. Il padre ha una piccola impresa di piastrelle. La madre, che si è sempre presa cura del bimbo con amore, ha partorito da 3 mesi la secondogenita.

Sul cancello di casa ancora un fiocco rosa

Sul cancello di casa campeggia ancora il fiocco rosa che annuncia la nascita della piccolina. Insomma, una famiglia normale, con un’esistenza normale. Perché, allora una tragedia simile?

“Purtroppo oggi la cosiddetta normalità è ampiamente intrisa di patologia e di violenza”, spiega al salvagente.it Beatrice Toro, psicologa e psicoterapeuta.
“La normalità dal punto di vista psicologico è un concetto vecchio. Noi psicologi ci rendiamo conto che quella che chiamiamo normalità altro non è che una normale patologia dell’identità e dei rapporti”.
Per questo è in crescita il numero di tragedie della “normalità”?
Per ragioni sociali, per come è strutturata la nostra vita, non ci sono più veri passaggi da un’epoca all’altra del ciclo di vita.
L’esistenza è strutturata in modo talmente fluido e liquido, che l’identità dura un attimo, non è più un orizzonte stabile. Tutto questo ci sta avvicinando a quello che succede negli Stati Uniti, dove la liquidità di identità e relazione esiste già da tempo.

Cosa ci ha trasformato in questo modo?
Nella nostra evoluzione psicologica non ci sono più i riti di passaggio esistenziali. Si passa dall’adolescenza all’età adulta, dall’età adulta all’esser genitori in modo così fluido che tutte le istanze adolescenziali, come il bisogno di autonomia e il narcisismo, vengono conservate anche da “grandi”.
Non si approda mai in modo definitivo o quasi alla stabilità, alla solidità della persona con i suoi valori e le sue convinzioni.
Noi siamo esposti alla necessità di cambiare in continuazione lavoro, matrimonio, look, peso, aspetto. Il contesto sociale che ci circonda non è più in grado di rimandarci identità, solidità e conforto.

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