Come è il tuo Lui in vacanza?

downloadLe vacanze sono alle porte.

Come si comporta il tuo Lui quando ha bisogno di rilassarsi? 

Vuole solo riposarsi, pur mantenendo una sana routine che lo faccia stare bene fisicamente e mentalmente? Oppure ama divertirsi e scatenarsi senza rispettare orari o diete?

Scopritelo sulla rivista Donna Moderna con un piccolo test ideato e realizzato dalla prof.ssa                                                                                Maria Beatrice Toro che   trovate da oggi in edicola!
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Una legge a tutela dei bambini

La prof.ssa Maria Beatrice Toro, ospite di TV2000 ci sottolinea l’importanza di tutelare l’infanzia e lo fa partendo dal caso di una coppia di Mirabello Monferrato,  “i genitori-nonni” a cui è stata tolta la figlia nata dalla fecondazione assistita solo dopo un mese. Proprio nei giorni scorsi è stata completamente negata alla coppia qualsiasi possibilità di contatto con la piccola che ha passato i primi 7 anni della sua vita tra adozioni temporanee ed assistenti sociali. E ci si chiede quanto l’età dei genitori ( 63 e 75 anni) abbia influito sulla decisione dei giudici. D’altra parte viviamo in una società in cui sempre più spesso i bambini vengono cresciuti dai nonni, che aiutano i genitori costantemente fuori  per lavoro. I nonni rivestono un ruolo importantissimo nella crescita del bambino: non solo perchè  sono più liberi e meno stressati e pressanti, ma anche perchè  danno delle regole fondamentali per il bambino.  Per questi motivi, l’età dei “genitori-nonni” non può essere il solo motivo che ha portato i giudici ad allontanare la piccola.  Ciò che ci manca ma che è necessaria -ci spiega la prof.ssa Toro- è una cultura dell’infanzia. Questa bambina, completamente sradicata dalle sue radici, ha già una storia molto densa nonostante la sua tenerà età, deve essere tutelata ed ha il diritto di conoscere le sue origini quando sarà il momento.

 

Diventare padre in età avanzata: ecco i rischi per i figli

Le nostre società occidentali vedono ormai “le lancette dell’orologio biologico e di quello culturale degli individui inesorabilmente spostate in avanti pertanto si cresce tardi e si diventa genitori ancor più tardi”. Uno studio che arriva dall’Indiana University di Bloominton, ha analizzato i dati di tutti i nati in Svezia dal 1973 al 2001 rilevando che il rischio di riscontrare disturbi psichiatrici o comportamentali nei figli aumenta, in particolare, per coloro che nascono da padri la cui età supera i 45 anni, soprattutto se il termine di paragone sono i neo-padri tra i 20 e i 24 anni.

Ce ne parla Maria Beatrice Toro intervistata per Aleteia dal giornalista Emanuele D’Onofrio.

Dottoressa Toro, la colpiscono i dati di questo studio?

Questa ricerca è rimbalzata agli onori delle cronache, ma in realtà è un filone di cui si discute da parecchio tempo, almeno dall’ultimo decennio. Alcune ricerche si sono concentrate principalmente sulle mutazioni geniche che avvengono in età avanzata, o comunque dopo i 40 anni, sfatando un po’ il mito che le difficoltà genetiche dei bambini siano legate soltanto all’età della madre. Quelle legate all’età del padre magari sono meno evidenti; però proprio per questo – cioè per il fatto di non essere riferite ad alterazioni cromosomiche ma di cose più piccole – non a caso si vedono nel cervello, che è l’organo più nobile e dunque quello più vulnerabile. Tutto questo è stato studiato molto sui topi e sugli animali in genere: su questi hanno studiato chiaramente più le mutazioni geniche, dimostrando che sono comunque maggiori nei figli di padri con un DNA invecchiato. Nel tempo ci si è concentrati sulle ricerche sulle persone, vedendo che è possibile che queste alterazioni geniche si esprimano in danni del cervello.

Quali sono i benefici che questo nuovo studio comporta?

Questo studio attuale mi sembra che non sia sull’aspetto cromosomico e genico, ma sia semplicemente un’osservazione che correla l’età con l’ADHD (sindrome di deficit da attenzione ed iperattività), con l’autismo e i disturbi dell’apprendimento – dislessia, disgrafia, disortografia discalculia – che sono in crescita esponenziale. Questa ricerca mi sembra che non guardi l’aspetto genico ma il punto finale. Questo ci consente di fare ragionamenti un po’ più complessi che tengono conto non tanto degli aspetti biologici – che sono presenti, se consideriamo che anche disturbi come la dislessia, disortografia, ecc, alla fine sono un modo di elaborare i dati un po’ diverso e che hanno un correlato neurologico ben dimostrato – quanto di una correlazione forte tra l’età avanzata del padre e una serie di problematiche di ordine psichico. È la prima volta che una ricerca di questo tipo viene fatta sugli esseri umani. Anche un disturbo come l’ADHD, un disturbo caratterizzato dal fatto che i bambini sono molto impulsivi, non riescono a trattenersi, passano continuamente da un’attività all’altra, può avere più cause, alcune di matrice biologica e altre di matrice psicologica. Oggi grazie a questa ricerca possiamo guardare alle emozioni, all’affettività, agli stili di educazione e anche agli altri elementi psicologici.

Cosa possiamo dire di questi aspetti psicologici?

La cosa interessante, che mi salta agli occhi anche grazie alla mia osservazione clinica, è la particolarità della relazione tra il padre, che ha concepito la vita oltre i 40 anni, e il figlio. Ci sono delle differenze sensibili rispetto al caso del figlio giovane, diverse secondo me nel caso del figlio maschio e della figlia. Il padre anziano di un figlio maschio è meno pressante sulla prestazione. Questo avviene specialmente se è molto anziano ed è uscito dai circuiti della produttività e dell’affermazione sociale, perché a 45-50 anni non sei più lanciatissimo nell’attività professionale. Quindi con il passare degli anni viene più valorizzata la relazione, e i padri sono meno esigenti, danno valore ad altri aspetti della vita, tra cui l’affettività, il gioco, la relazionalità. Per questo sono più inclini a perdonare ai bambini comportamenti un po’ fuori dalle righe. Sono dei padri un po’ più permissivi. Poi non è detto che un padre anziano sia padre di un primogenito, a volte è un padre di un terzo figlio, di un ultimogenito magari nato qualche anno dopo rispetto ai primi figli, i quali si lamentano spesso perché i padri sono più tolleranti con i piccoli. Questo non è un luogo comune, è vero. I padri grandi sono più inclini a fare strappi alle regole.

Spesso si pensa che questa maggiore permissività sia “una dote” per l’ultimo figlio: invece è legata all’età del padre?

Sì, certo. Possiamo distinguere due casi: quello degli ultimogeniti, per i quali gioca un ruolo anche l’esperienza del padre che poi in fondo rivaluta tutta l’esperienza affettiva, e quello di un primogenito, dove l’esperienza è più particolare perché il padre sarà sicuramente più coinvolto, avrà un’affettività che comunque è più vicina a quella della persona anziana. Si dice che anziani e bambini si toccano, ed è vero, perché sono tutti e due fuori dal ciclo produttivo, dal ciclo della performance. Quindi bambini e persone anziane, o comunque persone che hanno passato la metà della vita, trovano moltissimi punti di contatto. Invece a volte il genitore giovane è più concentrato sulla sua prestazione, sulla sua realizzazione personale, su alcune cose molto materiali – comprare la casa, ecc – e quindi è un genitore che pretende molto di più dal figlio dal punto di vista della prestazione. Cioè, vuole un figlio bravo, capace, è molto più attento a questi aspetti rispetto ad una persona più grande che ad un certo punto, dando meno importanza al ciclo produttivo pur standoci ancora dentro – perché a 50 o a 60 anni ancora si lavora – rivaluta dell’altro, quindi anche gli aspetti più sentimentali. I bambini quindi sono molto più accuditi: questi sono padri più accudenti, sono padri più “mammi”, più morbidi, e questo ha un effetto sui bambini, nel senso che li abitua meno alle frustrazioni e ai limiti che poi la realtà impone. Da una parte è un bene che il padre sia più carino e più affettuoso, dall’altra parte produce una serie di scompensi emotivi.

Questo non è quello che incontra anche un bambino che cresce molto con i nonni?

Certo. Beh, quando il padre ha l’età del nonno di fatto si comporta da nonno, creando una campana di vetro per il figlio che cresce. Dobbiamo chiederci perché i figli nascono e crescono con delle sindromi che riguardano la difficoltà a concentrarsi e a stare attenti. Questo avviene perché la capacità di concentrarsi e di stare attenti, e di non essere impulsivi, in assenza di problemi cerebrali nasce dal rispetto delle regole. Le regole poi sono essenzialmente un’organizzazione del tempo: ora si fa questo, tra un’ora si fa quello, stasera si farà quell’altro ancora. Invece un padre troppo permissivo non ha orari, se il bambino ha fame a una cert’ora mangia, se non gli va di fare una cosa non la fa. Quindi c’è una minore organizzazione del tempo, e un minore senso della giornata, il che invece sarebbe importante avere perché il bambino poi quando si trova in altri contesti, collettivi, specie se è figlio unico e si trova nella classe con 20 bambini che devono fare alcune cose, va incontro a scompensi emotivi: si sente preso di mira, si sente tartassato, gli sembra di essere in mezzo ad un pericolo e a delle minacce, perché basta che un insegnante gli dica “questo non si fa” e il bambino si sente aggredito, sviluppa fobie scolari. Il bambino cresciuto in maniera troppo morbida può andare incontro a tutta una serie di fobie, perché poi il mondo non è così accogliente. La realtà è frustrazione; Freud parlava di “disagio della civiltà”, per spiegare che il disagio umano è legato al fatto di doversi contenere, trattenere. Invece in questa società in cui nessuno più si contiene e si trattiene, alla fine il prezzo lo pagano i bambini. Questo può avvenire anche negli adulti: capita spesso che gli anziani si comportino come degli adolescenti, senza regole. Pensiamo a La grande bellezza di Sorrentino, che ha appena vinto l’Oscar, che ci racconta un mondo di persone anziane che non si controllano. Nella nostra società c’è anche questa euforia dell’anziano, che ancora meno sta nelle regole; però, per quanto riguarda gli adulti, il fatto di essere così privi di contenimento e di controllo può far male fino ad un certo punto, ma includere i bambini in tutto questo – anche perché oggi i bambini vivono le nostre vite, perché vengono portati a cena fuori, al cinema, nei matrimoni, dappertutto, e tutto questo una volta non si faceva – lo fa ricadere in una vita che sembra un’isola felice, ma in realtà appena mette il naso fuori, si accorge che non è così. Perché a scuola devi stare buono e fermo, perché l’adolescente che esagera si fa male, perché ci sono dinamiche tra i ragazzini anche estremamente violente. Ho visto che nella ricerca si parlava anche di un aumento del rischio di suicidio. Secondo me questo è legato molto alla capacità di tollerare il male. C’è un collasso della personalità di fronte alla frustrazione, alla difficoltà.

Non colpisce anche molto la varietà dei disturbi accomunati in questa ricerca?

Sì, può darsi. Ci fa pensare che quello che aumenta è la vulnerabilità, e il bambino si trova di colpo nelle regole, e allora o diventa fobico, oppure reagisce con l’impulsività ed iperattività. Quindi evade un po’ le regole diventando un po’ autocefalo, autarchico, il che non va bene perché sviluppa un’autostima negativa. L’autostima non si costruisce a casa, ma nel sociale, quindi un bambino troppo viziato poi nel sociale non si sa far valere, perché non ha mai vissuto una frustrazione in vita sua. Non è un bambino che ha fatto un pianto, e ha capito che il pianto dura 10 minuti e poi passa. Se tu il pianto non glielo fai mai fare, poi quando lo fa non smette più, perché non ha imparato a regolarsi. L’autorità è poi quella che domina sul tempo. Se ci pensiamo simbolicamente il padre di tutti gli dei è Chronos, è il tempo, l’autorità che domina sulle altre, che dà i tempi.

Nella sua esperienza di psicoterapeuta dunque ha già vissuto quello che ci dice questo studio?

Io le dico la verità. Ho 43 anni, quando ho cominciato ero una ragazza e vedevo moltissimi pazienti adulti, con disturbi di panico, depressione, le cose classiche che studia un terapeuta. Vedevo pochi bambini. Oggi i miei pazienti sono quasi tutti bambini, con i disturbi più vari, e le garantisco che sono tanti, soprattutto i bambini che si rifiutano di andare a scuola. Il genitore anziano ti chiede “ma è normale che il bambino dorma con me?”, tu gli dici “no, non è normale, deve dormire nel letto suo”, perché le regole riguardano spazio e tempo. E il genitore ti risponde “e ma non vuole!”, io mi sento dire queste cose. Veramente, a casa regna la volontà del bambino, poi fuori casa non è così, e quindi il bambino ha degli scompensi.

''Credetemi, non ci sono bambine cattive''

“Le bambine, i bambini non possono essere cattivi perché sviluppano il senso morale dopo gli 8 anni”.

A parlare è la professoressa Maria Beatrice Toro, docente di Psicoterapia all’università Lumsa di Roma e autrice del saggio “Adolescenza e adultescenza“, in libreria in questi giorni con la seconda edizione visto il successo della prima (Cisu, 188 pagine).

“Piccole angherie, ma non sanno di far male”
Fino a 8 anni circa non dispongono degli strumenti cognitivi per fare del male all’altro“, afferma la psicoterapeuta, “anche quando commettono delle piccole angherie nei confronti di un amichetto, lo fanno perché agiscono istintivamente a proprio vantaggio, perché tendono a soddisfare i propri bisogni e non per nuocere all’altro intenzionalmente”.
Eppure chiunque abbia un bambino, conosce la sofferenza che si prova quando il proprio pargolo viene maltrattato o escluso dal gioco: la rabbia nel genitore monta, e il prepotente si trasforma in un piccolo mostro di crudeltà.

I genitori non devono sentirsi coinvolti
“Non bisogna fare l’errore di sentirsi coinvolti nel conflitto tra bambini”, spiega la professoressa Toro. E aggiunge: ” Gli adulti spesso si comportano come degli adolescenti, degli adultescenti appunto, e vivono i figli come un prolungamento del sé, tanto da vivere un’offesa come se fosse stata fatta a loro”. Sbagliato.

Dopo i 3 anni conta l’educazione
Un genitore non dovrebbe mai perdere il ruolo dell’educatore.

Ma qual è allora il decalogo da seguire per gestire le prime difficoltà nella socializzazione e le prime frustrazioni dei nostri figli?

“Bisogna tener presente che i bambini fino a 3 anni non sono in grado di interiorizzare le regole, possono solo acquisire delle abitudini. Dopo questa età, invece, l’educazione è fondamentale, perché aiuta a preparare il terreno emotivo e cognitivo per la costruzione del senso morale del futuro adulto”.

Ma, se uno viene escluso, l’adulto deve intervenire
Secondo la psicoterapeuta, allora, per trasformare i piccoli imperatori egocentrici in bambini capaci di stare con gli altri il compito di genitori e insegnanti è importantissimo. “I bambini devono essere liberi di esprimere le proprie preferenze, hanno il diritto di manifestare le proprie affinità elettive.
Ma quando sono in 3 e uno viene escluso”, precisa Toro, “allora l’adulto deve intervenire anche con una punizione per insegnargli il rispetto dell’altro, la condivisione, l’inclusione e la cooperazione“.
Uno dei motivi di lite più frequente, infatti, è l’appropriazione del gioco. “È importante insegnare ai bambini il gioco a turno, anche se la competizione non va mai mortificata”.

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