Lo può raccontare agli amici, ai familiari e va preso sul serio: parlare di morte è comune, ma quando sono presenti pensieri più concreti, sul modo di porre fine alla propria vita, o assillanti il rischio si innalza di molto. Non basta, infatti, un momento di angoscia per condurre al gesto autodistruttivo e, spesso, sono presenti tante sfide con se stessi, corse in macchina, autolesionismo, rifiuto del cibo, litigi, cocktail di droga e di alcol.
Uno dei motivi più frequenti è il senso di vergogna e non – appartenenza al mondo dei pari, un insidioso senso di malessere che può portare a sentirsi perfino perseguitati dagli altri, di cui non si tollerano critiche, giudizi, sguardi subito interpretati come prese in giro. E poi, spiega Maria Beatrice Toro, Psicologa intervistata sulle pagine del Messaggero, la morte è anche una via di fuga, senza ritorno, da una realtà troppo difficile.
I segnali ci sono e bisogna saperli cogliere, instaurando un dialogo vero, considerandoli interlocutori credibili e aiutandoli a vedere che i momenti più brutti finiscono, mentre loro li percepiscono come eterni, presi dalla depressione che risucchia e gli fa vedere tutto il mondo contro di loro.
