Maria Beatrice Toro

Psicologa Psicoterapeuta

Archive for the ‘suicidio’ Category

Padri che uccidono

Posted by Maria Beatrice Toro su 11 aprile 2017

Dopo le terribili vicende di cronaca cui abbiamo assistito nei giorni scorsi che hanno colpito Trento, Conegliano a Treviso e Volterra, la Prof.ssa Toro, ospite della trasmissione “Nel cuore dei giorni”, prova a spiegare insieme alla conduttrice Lucia Ascione, cosa porta alcuni padri a porre fine alla propria vita e, soprattutto, a quella dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa, quando si parla di una violenza così efferata, sono da escludere il raptus o la follia omicida perché, qualunque sia il movente di queste tragedie, ci sarebbe sempre la possibilità di fare una scelta diversa o di tornare indietro e questi uomini, vinti dalla disperazione e dalla rabbia, lucida e distruttiva, non l’hanno fatto e hanno deciso di portarsi dietro le creature cui hanno dato la vita…i propri figli.

Le motivazioni che possono spingere i padri a compiere tali violenze possono essere, nei casi di separazioni estremamente conflittuali, l’idea che se ci si suicida ma si lasciano i figli in vita si fa “vincere” l’ex moglie dandogli una soddisfazione. Il suicidio, in questi casi, coinciderebbe con l’uscita di scena e ciò significherebbe lasciare l’ex moglie libera di agire e di vivere serenamente la propria vita. La morte del figlio, dunque, all’interno di questo scenario, viene a configurarsi come un terribile atto di aggressione prima contro la donna, ex moglie e madre disperata privata del proprio figlio, e poi contro il figlio stesso che viene vissuto solo come un mero strumento tramite cui far passare l’aggressività. Un altra motivazione potrebbe essere che la persona tende ad associare una difficoltà personale, un fallimento, alla morte:”Se fallisco allora muoio!”. La morte sembra essere l’unico modo per porre rimedio al dramma interiore che la persona sta vivendo. In questo tremendo scenario si fa strada l’idea che per sistemare le cose è opportuno uccidere anche i figli così da porre la parole definitivamente “fine” al disastro creato. Il fallimento, invece, fa parte della vita, non è necessario vivere la vita sempre sulla cresta dell’onda, fallire una volta non significa essere un fallito, non è un destino, si può sempre tornare indietro e recuperare un filo di speranza.

 

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La violenza del partner: da Tiziana a Ilenia

Posted by Maria Beatrice Toro su 18 gennaio 2017

Su Radio Sonica il direttore Marco Fabriani intervista la prof.ssa Toro sui casi di violenza sulle donne da parte dei loro partner che si sono verificati nell’ultimo periodo.

Questa riflessione origina dai tentativi di Ilenia di messina, la ragazza sfigurata dall’acido che continua a difendere il suo fidanzato, proteggendo probabilmente, in questo modo, anche se stessa dalla possibilità di  dover ammettere di aver sbagliato tutto.

La prof.ssa Toro si concentra anche su un altro fatto di cronaca nera: la storia di Tiziana, la ragazza che si è suicidata dopo la diffusione in rete di alcuni suoi video. La sessualità riguarda la sfera del privato e la pubblicazione di queste immagini è stata un duro colpo per questa ragazza. Ciò che sarebbe necessario fare, in vicende come queste, è creare una rete sociale di sostegno che sia reale e che possa rappresentare un’alternativa alla rete virtuale.

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Quando il web è disumano: stuprata in discoteca, le amiche fanno il video

Posted by Maria Beatrice Toro su 16 settembre 2016

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In un articolo pubblicato ieri dalla giornalista Maria Lombardi sul Messaggero, la prof.ssa Toro parla delle trappole della rete. Storie diverse quella di Tiziana, suicida per la vergogna di quel video hard che in rete ha suscitato insulto e derisioni, e quella della diciassettenne di Rimini violentata in un bagno sotto gli occhi delle amiche. Diverse si ma con un comune denominatore: gli eccessi del web che accoglie, memorizza e non cancella più!
Tra mondo reale e virtuale le distanze sono ridotte al minimo e questo fa perdere ai ragazzi i confini spazio-temporali. Se gli eventi vengono decontestualizzati e si vive solo la realtà virtuale, il rischio è perdere L empatia senza cui non si riesce più a cogliere il senso di quanto accade nella realtà che ci circonda. Complice di questa dissolvenza è il potere disumanizzante dello smartphone: tanto virtuoso quanto atroce, può fungere da ponte o da muro – sostiene la professoressa. Le ragazze di Rimini non sono state in grado di abbattere la barriera creata dallo schermo del loro smartphone e ne sono rimaste intrappolate, sono rimaste anestetizzate da quella tecnologia che non gli ha permesso di vivere la realtà e di gestirla.

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Il dramma di Tiziana: si suicida per un video hot finito in rete

Posted by Maria Beatrice Toro su 14 settembre 2016

Dopo il dramma della trentunenne suicida nel napoletano, il Direttore Marco Fabriani intervista, per Tele Radio Stereo, la Prof.ssa Maria Beatrice Toro. Tiziana non ha sostenuto emotivamente la vergogna provata per un video hard finito in rete e dopo numerosi tentativi, anche legali, non è riuscita a far rimuovere il video ed è ricorsa al suicidio.

Si può ricorrere al suicidio per vergogna?

Nella nostra società il suicidio è un fenomeno drammatico e molto diffuso. Alla base dell’azione suicida c’è la disperazione, l’impossibilità di vedere una via d’uscita rispetto a un proprio problema – sostiene la Prof.ssa. Questa disperazione può iniziare a prendere forma anche dal senso di vergogna provato in alcune situazioni. Per riuscire a gestire queste invasioni emotive è fondamentale comprendere che la perfezione non esiste, gli errori si commettono e ogni esperienza, seppur negativa, può aiutare a crescere e maturare. Tiziana, la trentunenne che si è suicidata nel napoletano per un video hard finito in rete, ha tentato, anche con azioni legali, a porre rimedio a questa situazione ma, forse, non è riuscita a reggere l’impatto emotivo suscitato dall’ennesimo insulto. Nell’uso del web è bene ricordarsi sempre che le tracce elettroniche sono indelebili e bisogna cer are di proteggersi dall’invadenza mediatica. Inoltre è importante aiutare i giovani a comprendere che la propria identità non si può cercare in rete ma solo attraverso l’incontro personale.

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Il figlicidio, quando è il padre a uccidere

Posted by Maria Beatrice Toro su 22 agosto 2014

Continua la spietata serie di figlicidi: oggi 22 agosto è una dodicenne a morire uccisa dal padre, a Catania, dove Roberto Russo ha aggredito lei e la sorella tentando poi il suicidio.

Sono tragedie difficili da comprendere, eppure proprio la comprensione è l’unica chiave che consente di tentare una qualunque forma di prevenzione e di sostegno alle vittime superstiti. In questo caso la madre che ha perso in questo modo orribile la figlia, i fratelli e la sorella privati della sorellina minore.

Forse abbiamo sottovalutato il potere dirompente si un’esistenza in crisi, non abbiamo capito che la disperazione può sfociare in violenza efferatissima, il figlicidio, non abbiamo valutato quanto oscuro possa essere il cuore umano e quanto fragile la mente di un padre.

Scrive Cristina Brondoni, su Lettera43:  “Nel 17,1% degli omicidi in famiglia del 2012 è stato un genitore a uccidere i figlio. Chi compie tali delitti può avere motivazioni, ovvero moventi, differenti.

(…)

SI UCCIDE UN FIGLIO ANCHE PER PUNIRE LA MOGLIE. Un caso del tutto diverso è il padre che uccide i figli per fare un torto alla madre che, magari, lo ha lasciato (come il caso dell’uomo che ha accoltellato le due figlie uccidendone una).
Nel 20% dei casi considerati dal Rapporto Eures Ansa 2013 ci si trova di fronte persone che hanno manifestato un disagio psichico prima dell’omicidio.
Non è da escludere la depressione (o un’altra patologia psichiatrica, come la schizofrenia, per esempio)”.

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Il suicidio in adolescenza: una tragedia evitabile?

Posted by Maria Beatrice Toro su 17 giugno 2014

 

 
foto (20) Suicidarsi a 15 anni, lasciando attorno desolazione, disperazione e i sensi di colpa di chi non si era accorto di nulla. Quando un ragazzo decide di morire spesso lascia segnali e tracce, per essere fermato.

Lo può raccontare agli amici, ai familiari e va preso sul serio: parlare di morte è comune, ma quando sono presenti pensieri più concreti, sul modo di porre fine alla propria vita, o assillanti il rischio si innalza di molto. Non basta, infatti, un momento di angoscia per condurre al gesto autodistruttivo e, spesso, sono presenti tante sfide con se stessi, corse in macchina, autolesionismo, rifiuto del cibo, litigi, cocktail di droga e di alcol.

Uno dei motivi più frequenti è il senso di vergogna e non – appartenenza al mondo dei pari,  un insidioso senso di malessere che può portare a sentirsi perfino perseguitati dagli altri, di cui non si tollerano critiche, giudizi, sguardi subito interpretati come prese in giro. E poi, spiega Maria Beatrice Toro, Psicologa intervistata sulle pagine del Messaggero, la morte è anche una via di fuga, senza ritorno, da una realtà troppo difficile.

I segnali ci sono e bisogna saperli cogliere, instaurando un dialogo vero, considerandoli interlocutori credibili e aiutandoli a vedere che i momenti più brutti finiscono, mentre loro li percepiscono come eterni, presi dalla depressione che risucchia e gli fa vedere tutto il mondo contro di loro.

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