Una precedenza non data. La rabbia che diventa incontrollabile e la tragedia. E’ ciò che è successo sulla rotatoria di Gravio di Condove ha perso la vita una giovane donna, Elisa Ferrero mentre il suo ragazzo Matteo Penna è in gravissime condizioni, in un incidente provocato da un altro uomo, Maurizio De Giulio che ha inseguito i due giovani in moto con l’intenzione di colpirli, per una precedenza non data. Si parla quindi di omicidio volontario.

E’ solo una delle tante tragedie che si verificano sulla strada. Ci chiediamo allora perchè chi è al volante spesso sviluppi tanta aggressività.

Ci troviamo di fronte ad un meccanismo psicologico di “disumanizzazione”- ci spiega la prof.ssa Maria Beatrice Toro-in cui l’Altro non viene più considerato un’interlocutore, ma piuttosto un competitore. Ed è per questo che alla guida alcune persone vengono invase da una rabbia e da un’aggressività che normalmente non fa parte di loro in altri contesti. Ma cosa fare per controllare queste emozioni esplosive? Sarebbe importante riuscire a spostare l’attenzione sull’Altro e non percepire ogni cosa come un’offesa personale- ci spiega la prof.ssa Toro. Dare inizio ad una discussione in strada può essere molto pericoloso:  può innescare un’escalation di toni e modi in cui, per la voglia ed il desiderio di vincere sull’altro possono essere messi in atto comportamenti violenti. Imparare a gestire la rabbia e sostenere un senso civico, in cui venga insegnato ai ragazzi che la strada è un bene comune, sono fondamentali per evitare altre tragedie stradali.

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Padri che uccidono

Dopo le terribili vicende di cronaca cui abbiamo assistito nei giorni scorsi che hanno colpito Trento, Conegliano a Treviso e Volterra, la Prof.ssa Toro, ospite della trasmissione “Nel cuore dei giorni”, prova a spiegare insieme alla conduttrice Lucia Ascione, cosa porta alcuni padri a porre fine alla propria vita e, soprattutto, a quella dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa, quando si parla di una violenza così efferata, sono da escludere il raptus o la follia omicida perché, qualunque sia il movente di queste tragedie, ci sarebbe sempre la possibilità di fare una scelta diversa o di tornare indietro e questi uomini, vinti dalla disperazione e dalla rabbia, lucida e distruttiva, non l’hanno fatto e hanno deciso di portarsi dietro le creature cui hanno dato la vita…i propri figli.

Le motivazioni che possono spingere i padri a compiere tali violenze possono essere, nei casi di separazioni estremamente conflittuali, l’idea che se ci si suicida ma si lasciano i figli in vita si fa “vincere” l’ex moglie dandogli una soddisfazione. Il suicidio, in questi casi, coinciderebbe con l’uscita di scena e ciò significherebbe lasciare l’ex moglie libera di agire e di vivere serenamente la propria vita. La morte del figlio, dunque, all’interno di questo scenario, viene a configurarsi come un terribile atto di aggressione prima contro la donna, ex moglie e madre disperata privata del proprio figlio, e poi contro il figlio stesso che viene vissuto solo come un mero strumento tramite cui far passare l’aggressività. Un altra motivazione potrebbe essere che la persona tende ad associare una difficoltà personale, un fallimento, alla morte:”Se fallisco allora muoio!”. La morte sembra essere l’unico modo per porre rimedio al dramma interiore che la persona sta vivendo. In questo tremendo scenario si fa strada l’idea che per sistemare le cose è opportuno uccidere anche i figli così da porre la parole definitivamente “fine” al disastro creato. Il fallimento, invece, fa parte della vita, non è necessario vivere la vita sempre sulla cresta dell’onda, fallire una volta non significa essere un fallito, non è un destino, si può sempre tornare indietro e recuperare un filo di speranza.

 

Il silenzio negli abusi sui minori

 

La prof.ssa Maria Beatrice Toro, ospite della trasmissione “Bel tempo si spera” affronta il delicato tema degli abusi sui minori, ricollegandosi alla vicenda di Caivano e al caso della piccola Fortuna.

Ciò che colpisce in queste drammatiche vicende è il potente silenzio che le accompagna: molto spesso, i familiari tendono a tenere nell’ombra ciò che succede per vergogna, per non sentirsi essi stessi macchiati dall’orrore. Nella pedofilia-continua la prof.ssa Toro, troviamo sia la componente del reato sia quella del disturbo psichico quindi, in un male che ha un altissimo tasso di recidiva, sarebbe necessario un intervento a 360°.

Fortunatamente -conclude la prof.ssa Toro- attualmente c’è una cultura dell’infanzia che prima non esisteva e quindi anche una maggiore sensibilità a quelli che sono i temi caldi.

 

Quando il web è disumano: stuprata in discoteca, le amiche fanno il video

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In un articolo pubblicato ieri dalla giornalista Maria Lombardi sul Messaggero, la prof.ssa Toro parla delle trappole della rete. Storie diverse quella di Tiziana, suicida per la vergogna di quel video hard che in rete ha suscitato insulto e derisioni, e quella della diciassettenne di Rimini violentata in un bagno sotto gli occhi delle amiche. Diverse si ma con un comune denominatore: gli eccessi del web che accoglie, memorizza e non cancella più!
Tra mondo reale e virtuale le distanze sono ridotte al minimo e questo fa perdere ai ragazzi i confini spazio-temporali. Se gli eventi vengono decontestualizzati e si vive solo la realtà virtuale, il rischio è perdere L empatia senza cui non si riesce più a cogliere il senso di quanto accade nella realtà che ci circonda. Complice di questa dissolvenza è il potere disumanizzante dello smartphone: tanto virtuoso quanto atroce, può fungere da ponte o da muro – sostiene la professoressa. Le ragazze di Rimini non sono state in grado di abbattere la barriera creata dallo schermo del loro smartphone e ne sono rimaste intrappolate, sono rimaste anestetizzate da quella tecnologia che non gli ha permesso di vivere la realtà e di gestirla.

Sara Di Pietrantonio: l’ennesimo caso di violenza di genere

“Un ragazzo come tanti altri che confonde l’amore con il possesso”: con questa frase la giornalista di TV2000 Lucia Ascione introduce l’intervista alla Prof.ssa Toro sul caso di Sara Di Pietrantonio, la giovane ragazza bruciata viva in una strada della Magliana dalla guardia giurata Vincenzo Paduano. Questa vicenda così drammatica e distruttiva non può essere spiegata con la teoria del raptus omicida, non si tratta del gesto di un folle nè della disperazione di un ragazzo disturbato – sostiene la Prof.ssa – a porre fine alla vita di Sara è stato il gesto di un criminale. In questi casi c’è la comune tendenza ad attribuire la colpa dell’atto omicida al disagio mentale operando anche una grave stigmatizzazione verso coloro che realmente soffrono di un disturbo e si ritrovano a non avere il coraggio di dirlo per paura di essere etichettati e, dunque, emarginati. Questo – continua Beatrice Toro – è l’ennesimo caso di violenza di genere ovvero di una violenza agita verso una donna in quanto donna!”

Il desiderio di distruggere ha guidato la mano dell’assassino

Nell’agghiacciante delitto della Magliana in cui la giovane Sara Di Pietrantonio è stata bruciata viva, nella notte di domenica, dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, sono due gli elementi che più sconvolgono gli animi: da una parte la crudeltà e l’efferatezza della modalità con cui è stato architettato ed effettuato il delitto, dall’altra la totale indifferenza di quegli automobilisti che hanno ignorato la disperata richiesta di aiuto della giovane donna. Quella dell’omicidio di Sara – commenta Beatrice Toro – è una storia di distruttività, ciò che maggiormente colpisce è il desiderio di distruzione che si cela dietro questo allucinante e crudele gesto; è come se l’omicidio, da solo, non sarebbe stato sufficiente a placare l’animo dell’assassino. La folle priorità di impedire a questa ragazza di vivere la sua vita, di creare il suo futuro, la difficoltà a tollerare e accettare il “no”, il rifiuto ricevuto, sono stati fatali per l’ex guardia giurata; in lui è prevalsa la distruttività che ha trovato il suo sfogo nell’azione di dare fuoco alla macchina di lei prima…e proprio a lei poi.

 

Cosa ha realmente ucciso Luca Varani?

Il poliabuso di sostanze e alcool altera la mente e aiuta a eliminare ogni freno inibitorio.

Follia a due: ecco cosa c’è dietro a un delitto a sfondo sessuale

«Ci chiediamo quale ruolo abbia giocato l’abuso di sostanze stupefacenti e di alcool, una prassi diffusa –purtroppo- tra non pochi ventenni dall’identità problematica e in fuga dalla realtà» commenta Maria Beatrice Toro, psicologa e psicoterapeuta, docente di psicologia di comunità presso la Libera Università Maria Santissima Assunta.

«Cocaina e superalcolici alterano la mente – ma qui il poliabuso sembra essere stato portato avanti lucidamente, proprio per darsi il coraggio di mettere in atto il sadico omicidio di Luca Varani. Entrati in una realtà parallela, la violenza ne è stata potenziata in modo parossistico. La morte, però, è reale, non si cancella cambiando canale o spegnendo un videogioco». In questa storia raccapricciante, della quale restano da chiarire ancora molti particolari (incluso quello circa il numero, e i nomi,  delle persone effettivamente coinvolte), l’assunzione di droga assume dunque un ruolo centrale. «Mescolata all’alcool, ha fatto crollare ogni freno inibitorio e liberato gli istinti aggressivi più profondi che, forse, i due avrebbero potuto reprimere se fossero stati lucidi» continua l’esperta. Ma non basta. Questa vicenda si inserisce nella lunga e crudele storia delle coppie omicide con movente sadico sessuale. Rosemary e Fred West sono un esempio di  l’antecedente storico.

«La cornice in cui questa vicenda, al di là delle considerazioni sociali ed esistenziali che possono essere fatte, si inserisce nella casistica del  delitto a sfondo sessuale. Dunque, dato il piacere che il criminale ne trae, un reato che è considerato ad alto rischio serialità, come tutti i gesti sadici compiuti dai sex offenders.  Non a caso la criminologia di questa brutta storia ricorda, drammaticamente, il modus operandi del massacro del Circeo: quella notte, come ora,  si è giocato al gioco della morte: in un contesto eterosessuale, nel primo caso, bisessuale e gender fluid nel secondo. È molto importante, allora, non fare degli imputati due star dell’orrore, ma partire da questo delitto per aprire uno spazio di riflessione».

L’intero articolo, pubblicato dalla giornalista Silvia Calvi su donnamoderna.com è dispnibile al seguente link  –  http://m.donnamoderna.com/attualita/luca-varani-omicidio-collatino-roma-droga-alcol-delitto-sfondo-sessuale

Collatino: un omicidio a sfondo sessuale

Mentre conosciamo di più lo scenario dell’omicidio al Collatino, anche attraverso l’agghiacciante verbale dell’interrogatorio di Marco Prato, uno dei due killer di Luca Varani, ci chiediamo quale ruolo abbia giocato il poliabuso di sostanze e alcool continuativo in cui ragazzi dall’identità problematica si buttano pur di fuggire dalla realtà. E ne creano un’altra, parallela, aizzati dalla violenza che li ha posseduti. La morte, però, è reale, non si cancella cambiando canale, spegnendo un videogioco o abbandonando il party. In questa raccapricciante vicenda, infatti, l’omicidio matura all’interno di un party chimico in cui sesso e droga si mescolano generando un cocktail letale costato la vita a un ventitreenne. Le sostanze stupefacenti assunte dai due, in questo caso, hanno avuto un ruolo cruciale contribuendo a generare una disinibizione sessuale e a scatenare gli istinti aggressivi più profondi. Elementi, questi ultimi, che si sarebbero potuti contenere o reprimere senza il potente effetto del poliabuso di sostanze che ha evidentemente contribuito a rendere i due più audaci e meno sensibili.

La cornice in cui questa vicenda si inserisce – continua la Prof.ssa Toro intervistata ai microfoni di teleradiostereo – al di là delle considerazioni esistenziali, è quella di un delitto a sfondo sessuale. Dunque, visto il piacere che il criminale ne trae e data l’incapacità di provare pietà per la vittima, un reato ad alto rischio di serialità.

Questa storia ricorda – troppo- il modus operandi nel massacro del Circeo.

Fondamentale, allora, non fare degli imputati due star dell’orrore: meglio aprire uno spazio di riflessione.

Stalking e femminicidio – Teleroma 56

La Prof.ssa Maria Beatrice Toro, ospite di Marco Fabriani nelle trasmissioni Teleroma56 e Teleradiostereo, commenta il caso di Eligia Ardita, l’infermiera incinta di Siracusa uccisa dal marito all’età di 38 anni nel mese di gennaio 2015.

La Prof.ssa sostiene che le tragedie di cui le donne sono vittime, non sono il risultato di un raptus improvviso poichè, spesso, sono annunciate da alcuni segnali. L’aggressore violento vive uno squilibrio emotivo, un malessere interno che lo rende incapace di tollerare le frustrazioni scatenate dai limiti imposti al suo comportamento ed è proprio nel momento in cui l’aggressore si sente vincolato che non visualizza più le conseguenze che potrebbero scatenarsi in seguito a un suo gesto violento. Tale cecità emotiva genera come conseguenza un esplosione di rabbia motivata semplicemente dal limite imposto, dal no ricevuto.

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