Maria Beatrice Toro

Psicologa Psicoterapeuta

Archive for the ‘ADHD’ Category

Diventare padre in età avanzata: ecco i rischi per i figli

Posted by Maria Beatrice Toro su 7 marzo 2014

Le nostre società occidentali vedono ormai “le lancette dell’orologio biologico e di quello culturale degli individui inesorabilmente spostate in avanti pertanto si cresce tardi e si diventa genitori ancor più tardi”. Uno studio che arriva dall’Indiana University di Bloominton, ha analizzato i dati di tutti i nati in Svezia dal 1973 al 2001 rilevando che il rischio di riscontrare disturbi psichiatrici o comportamentali nei figli aumenta, in particolare, per coloro che nascono da padri la cui età supera i 45 anni, soprattutto se il termine di paragone sono i neo-padri tra i 20 e i 24 anni.

Ce ne parla Maria Beatrice Toro intervistata per Aleteia dal giornalista Emanuele D’Onofrio.

Dottoressa Toro, la colpiscono i dati di questo studio?

Questa ricerca è rimbalzata agli onori delle cronache, ma in realtà è un filone di cui si discute da parecchio tempo, almeno dall’ultimo decennio. Alcune ricerche si sono concentrate principalmente sulle mutazioni geniche che avvengono in età avanzata, o comunque dopo i 40 anni, sfatando un po’ il mito che le difficoltà genetiche dei bambini siano legate soltanto all’età della madre. Quelle legate all’età del padre magari sono meno evidenti; però proprio per questo – cioè per il fatto di non essere riferite ad alterazioni cromosomiche ma di cose più piccole – non a caso si vedono nel cervello, che è l’organo più nobile e dunque quello più vulnerabile. Tutto questo è stato studiato molto sui topi e sugli animali in genere: su questi hanno studiato chiaramente più le mutazioni geniche, dimostrando che sono comunque maggiori nei figli di padri con un DNA invecchiato. Nel tempo ci si è concentrati sulle ricerche sulle persone, vedendo che è possibile che queste alterazioni geniche si esprimano in danni del cervello.

Quali sono i benefici che questo nuovo studio comporta?

Questo studio attuale mi sembra che non sia sull’aspetto cromosomico e genico, ma sia semplicemente un’osservazione che correla l’età con l’ADHD (sindrome di deficit da attenzione ed iperattività), con l’autismo e i disturbi dell’apprendimento – dislessia, disgrafia, disortografia discalculia – che sono in crescita esponenziale. Questa ricerca mi sembra che non guardi l’aspetto genico ma il punto finale. Questo ci consente di fare ragionamenti un po’ più complessi che tengono conto non tanto degli aspetti biologici – che sono presenti, se consideriamo che anche disturbi come la dislessia, disortografia, ecc, alla fine sono un modo di elaborare i dati un po’ diverso e che hanno un correlato neurologico ben dimostrato – quanto di una correlazione forte tra l’età avanzata del padre e una serie di problematiche di ordine psichico. È la prima volta che una ricerca di questo tipo viene fatta sugli esseri umani. Anche un disturbo come l’ADHD, un disturbo caratterizzato dal fatto che i bambini sono molto impulsivi, non riescono a trattenersi, passano continuamente da un’attività all’altra, può avere più cause, alcune di matrice biologica e altre di matrice psicologica. Oggi grazie a questa ricerca possiamo guardare alle emozioni, all’affettività, agli stili di educazione e anche agli altri elementi psicologici.

Cosa possiamo dire di questi aspetti psicologici?

La cosa interessante, che mi salta agli occhi anche grazie alla mia osservazione clinica, è la particolarità della relazione tra il padre, che ha concepito la vita oltre i 40 anni, e il figlio. Ci sono delle differenze sensibili rispetto al caso del figlio giovane, diverse secondo me nel caso del figlio maschio e della figlia. Il padre anziano di un figlio maschio è meno pressante sulla prestazione. Questo avviene specialmente se è molto anziano ed è uscito dai circuiti della produttività e dell’affermazione sociale, perché a 45-50 anni non sei più lanciatissimo nell’attività professionale. Quindi con il passare degli anni viene più valorizzata la relazione, e i padri sono meno esigenti, danno valore ad altri aspetti della vita, tra cui l’affettività, il gioco, la relazionalità. Per questo sono più inclini a perdonare ai bambini comportamenti un po’ fuori dalle righe. Sono dei padri un po’ più permissivi. Poi non è detto che un padre anziano sia padre di un primogenito, a volte è un padre di un terzo figlio, di un ultimogenito magari nato qualche anno dopo rispetto ai primi figli, i quali si lamentano spesso perché i padri sono più tolleranti con i piccoli. Questo non è un luogo comune, è vero. I padri grandi sono più inclini a fare strappi alle regole.

Spesso si pensa che questa maggiore permissività sia “una dote” per l’ultimo figlio: invece è legata all’età del padre?

Sì, certo. Possiamo distinguere due casi: quello degli ultimogeniti, per i quali gioca un ruolo anche l’esperienza del padre che poi in fondo rivaluta tutta l’esperienza affettiva, e quello di un primogenito, dove l’esperienza è più particolare perché il padre sarà sicuramente più coinvolto, avrà un’affettività che comunque è più vicina a quella della persona anziana. Si dice che anziani e bambini si toccano, ed è vero, perché sono tutti e due fuori dal ciclo produttivo, dal ciclo della performance. Quindi bambini e persone anziane, o comunque persone che hanno passato la metà della vita, trovano moltissimi punti di contatto. Invece a volte il genitore giovane è più concentrato sulla sua prestazione, sulla sua realizzazione personale, su alcune cose molto materiali – comprare la casa, ecc – e quindi è un genitore che pretende molto di più dal figlio dal punto di vista della prestazione. Cioè, vuole un figlio bravo, capace, è molto più attento a questi aspetti rispetto ad una persona più grande che ad un certo punto, dando meno importanza al ciclo produttivo pur standoci ancora dentro – perché a 50 o a 60 anni ancora si lavora – rivaluta dell’altro, quindi anche gli aspetti più sentimentali. I bambini quindi sono molto più accuditi: questi sono padri più accudenti, sono padri più “mammi”, più morbidi, e questo ha un effetto sui bambini, nel senso che li abitua meno alle frustrazioni e ai limiti che poi la realtà impone. Da una parte è un bene che il padre sia più carino e più affettuoso, dall’altra parte produce una serie di scompensi emotivi.

Questo non è quello che incontra anche un bambino che cresce molto con i nonni?

Certo. Beh, quando il padre ha l’età del nonno di fatto si comporta da nonno, creando una campana di vetro per il figlio che cresce. Dobbiamo chiederci perché i figli nascono e crescono con delle sindromi che riguardano la difficoltà a concentrarsi e a stare attenti. Questo avviene perché la capacità di concentrarsi e di stare attenti, e di non essere impulsivi, in assenza di problemi cerebrali nasce dal rispetto delle regole. Le regole poi sono essenzialmente un’organizzazione del tempo: ora si fa questo, tra un’ora si fa quello, stasera si farà quell’altro ancora. Invece un padre troppo permissivo non ha orari, se il bambino ha fame a una cert’ora mangia, se non gli va di fare una cosa non la fa. Quindi c’è una minore organizzazione del tempo, e un minore senso della giornata, il che invece sarebbe importante avere perché il bambino poi quando si trova in altri contesti, collettivi, specie se è figlio unico e si trova nella classe con 20 bambini che devono fare alcune cose, va incontro a scompensi emotivi: si sente preso di mira, si sente tartassato, gli sembra di essere in mezzo ad un pericolo e a delle minacce, perché basta che un insegnante gli dica “questo non si fa” e il bambino si sente aggredito, sviluppa fobie scolari. Il bambino cresciuto in maniera troppo morbida può andare incontro a tutta una serie di fobie, perché poi il mondo non è così accogliente. La realtà è frustrazione; Freud parlava di “disagio della civiltà”, per spiegare che il disagio umano è legato al fatto di doversi contenere, trattenere. Invece in questa società in cui nessuno più si contiene e si trattiene, alla fine il prezzo lo pagano i bambini. Questo può avvenire anche negli adulti: capita spesso che gli anziani si comportino come degli adolescenti, senza regole. Pensiamo a La grande bellezza di Sorrentino, che ha appena vinto l’Oscar, che ci racconta un mondo di persone anziane che non si controllano. Nella nostra società c’è anche questa euforia dell’anziano, che ancora meno sta nelle regole; però, per quanto riguarda gli adulti, il fatto di essere così privi di contenimento e di controllo può far male fino ad un certo punto, ma includere i bambini in tutto questo – anche perché oggi i bambini vivono le nostre vite, perché vengono portati a cena fuori, al cinema, nei matrimoni, dappertutto, e tutto questo una volta non si faceva – lo fa ricadere in una vita che sembra un’isola felice, ma in realtà appena mette il naso fuori, si accorge che non è così. Perché a scuola devi stare buono e fermo, perché l’adolescente che esagera si fa male, perché ci sono dinamiche tra i ragazzini anche estremamente violente. Ho visto che nella ricerca si parlava anche di un aumento del rischio di suicidio. Secondo me questo è legato molto alla capacità di tollerare il male. C’è un collasso della personalità di fronte alla frustrazione, alla difficoltà.

Non colpisce anche molto la varietà dei disturbi accomunati in questa ricerca?

Sì, può darsi. Ci fa pensare che quello che aumenta è la vulnerabilità, e il bambino si trova di colpo nelle regole, e allora o diventa fobico, oppure reagisce con l’impulsività ed iperattività. Quindi evade un po’ le regole diventando un po’ autocefalo, autarchico, il che non va bene perché sviluppa un’autostima negativa. L’autostima non si costruisce a casa, ma nel sociale, quindi un bambino troppo viziato poi nel sociale non si sa far valere, perché non ha mai vissuto una frustrazione in vita sua. Non è un bambino che ha fatto un pianto, e ha capito che il pianto dura 10 minuti e poi passa. Se tu il pianto non glielo fai mai fare, poi quando lo fa non smette più, perché non ha imparato a regolarsi. L’autorità è poi quella che domina sul tempo. Se ci pensiamo simbolicamente il padre di tutti gli dei è Chronos, è il tempo, l’autorità che domina sulle altre, che dà i tempi.

Nella sua esperienza di psicoterapeuta dunque ha già vissuto quello che ci dice questo studio?

Io le dico la verità. Ho 43 anni, quando ho cominciato ero una ragazza e vedevo moltissimi pazienti adulti, con disturbi di panico, depressione, le cose classiche che studia un terapeuta. Vedevo pochi bambini. Oggi i miei pazienti sono quasi tutti bambini, con i disturbi più vari, e le garantisco che sono tanti, soprattutto i bambini che si rifiutano di andare a scuola. Il genitore anziano ti chiede “ma è normale che il bambino dorma con me?”, tu gli dici “no, non è normale, deve dormire nel letto suo”, perché le regole riguardano spazio e tempo. E il genitore ti risponde “e ma non vuole!”, io mi sento dire queste cose. Veramente, a casa regna la volontà del bambino, poi fuori casa non è così, e quindi il bambino ha degli scompensi.

Posted in ADHD, Adultescenza, Famiglia, Genitori, Infanzia, Psicologia, Psicoterapia, Relazioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Adultizzazione del bambino e infantilizzazione dell’adulto: due tendenze speculari

Posted by Maria Beatrice Toro su 4 giugno 2012

Un tempo l’infanzia veniva vissuta secondo modalità e tempi di vita specifici, differenti da quelli dell’adolescenza e dell’età adulta. Quando nasceva un bambino i genitori creavano attorno a lui un ambiente protettivo adatto alle sue necessità, un nido in cui accoglierlo e prendersene cura. Con il processo della crescita il bambino usciva progressivamente da questo nido e si apriva, per gradi, agli stimoli del mondo esterno. Anche i bambini più grandicelli conducevano una loro vita, separata da quella dei genitori: non uscivano con loro la sera, solo raramente partecipavano ai loro viaggi e spostamenti, ma giocavano e stavano con i coetanei. Era un’esistenza da bambini.

Oggi la specificità dell’ infanzia è una realtà in declino; i bambini vivono, infatti, secondo modalità adultizzate, seguendo dappertutto i genitori – a teatro, al cinema, al ristorante, nei centri commerciali  – e sono spinti da una forte pressione mediatica ad assumere atteggiamenti adultizzati nel vestire, nel parlare,  nel relazionarsi con gli altri. I bambini tendono a comunicare da pari a pari con gli adulti, contrattano con i genitori regole e norme di vita, spesso li precedono nelle competenze tecnologiche. Le conseguenze di tale stato sono, purtroppo, quanto mai sotto i nostri occhi: i bambini, esposti a messaggi non adatti alla loro età e bombardati da stimoli come mai era accaduto nella storia, mostrano segni di disagio evidenti.

Si rende fondamentale, allora, contribuire a diffondere una cultura che protegga questo tempo della vita e sottolinei la dimensione educativa di cui i bambini hanno bisogno e che gli adulti spesso negano loro, intrappolati in una rete di insicurezze e precarietà personali, troppo presi dal bisogno di essere amati, anche dai figli. Adultizzazione del bambino e infantilizzazione dell’adulto  sono due fenomeni della post modernità che vanno di pari passo. In questo contesto di confusione generale, i bambini ci appaiono disorientati, insicuri, fragili: per loro, evidentemente,  l’infanzia è una necessità.

Posted in ADHD, Infanzia, Psicologia | 5 Comments »

Bambini “difficili”: patologia o normalità?

Posted by Maria Beatrice Toro su 5 gennaio 2012

clicca su TV2000 per vedere l’intervista all’interno del programma “Nel cuore dei giorni”. Si parla di bambini “difficili”, che si comportano in modo impulsivo, distinguendo le situazioni in cui si tratta di piccoli problemi comunicativi da quelle patologiche.

Fondamentale, sempre, considerare l’elemento dell’autostima del bambino e favorire il suo sviluppo attraverso alcune semplici regole.

Posted in ADHD, Adolescenza, Famiglia, Genitori, Infanzia | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Internet e lo sviluppo mentale del bambino

Posted by Maria Beatrice Toro su 6 novembre 2010

Lezione all’ISSPREFF Scuola di Psicoterapia di Napoli: il brano scelto tratta il tema dell’impatto dei nuovi media sulla mente del bambino. La Dott.ssa Toro affronta il problema del multitasking estremo cui il bambino è abituato in età sempre più precoce tramite Internet e le nuove tecnologie.

Posted in ADHD, Infanzia, Internet, Psicoterapia, Tecnoliquidità | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

Bambini e ADHD: Convegno a Tivoli

Posted by Maria Beatrice Toro su 2 ottobre 2010

Il Dipartimento Materno Infantile ASL RM/G e la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo Interpersonale SCINT – Direttore Didattico Dott.ssa Maria Beatrice Toro– organizzano : “L’ADHD: Teoria e Pratica Clinica” che si terrà l’8 ottobre 2010 a Tivoli presso le Scuderie Estensi. L’evento, accreditato ECM, è rivolto a 15 partecipanti (6 Psicologi, 6 Medici specializzati in Psichiatria, 3 Infermieri Professionali).

Per maggiori informazioni, vedi la locandina: LOCANDINA_ADHD

Posted in ADHD, Infanzia, Maria Beatrice Toro, Psicoterapia | Contrassegnato da tag: , , , , , | Leave a Comment »

Intervista sul settimanale Il Salvagente – si parla dei prodotti “Baby Einstein”

Posted by Maria Beatrice Toro su 12 novembre 2009

C’è chi non è per nulla stupito dalla polemica scatenata
dal caso Disney e dai risultati degli studi
nordamericani. È la psicologa dell’età evolutiva Maria Beatrice
Toro, che abbiamo raggiunto per avere un parere su queste opere
destinate a migliorare l’apprendimento.
“Che un video possa rendere più intelligenti è piuttosto improbabile
– ci spiega – per un motivo essenziale: l’essere umano, e il
bambino in particolare, è fondamentalmente intersoggettivo. Il
suo sviluppo, cioè, avviene soprattutto attraverso i rapporti interpersonali.
Il gioco o il media hanno valore formativo solo nel momento
in cui sono utilizzati in una relazione con altre persone che
aiutano il bambino a decodificarne il significato. Non quando il
bambino ne è un utente passivo.Che un dvd possa migliorare l’intelligenza,
e non solo le conoscenze, dal punto di vista psicologico
è un’ipotesi piuttosto assurda.Ripeto:le risorse cognitive si migliorano
attraverso i rapporti con gli altri.
Dottoressa Toro, il problema, dunque, non è tanto nel
prodotto in sé, quanto nel tempo sottratto alle relazioni
interpersonali?
Certo. Il presupposto di questi prodotti è che l’esporre il bambino
a un grande numero di stimoli possa migliorare l’apprendimento
e addirittura l’intelligenza. Ma perché si verifichi un apprendimento,
il bambino ha bisogno di costruire il significato delle parole
assieme a un’altra persona, di imparare il significato dei termini
attraverso il dialogo. Quando batte i piedi per terra e gli si chiede
“sei arrabbiato?”il bambino impara la parola “rabbia”perché
l’associa all’esperienza.Credere che ciò possa accadere semplicemente
esponendolo a stimoli in un ambiente digitale è un’illusione.
Siamo di fronte a una generazione che cresce troppo davanti
al video, gli effetti si vedranno tra qualche anno, ma la psicologia
ci dice che non possono essere positivi.
C’è modo di usare questi media per l’apprendimento?
Sì, se usati in compagnia possono essere anche utili. Non ho una
visione apocalittica per la quale i media fanno male in quanto tali.
Il bambino può anche stare davanti alla tv, al libro, al video,ma
non deve starvi solo bensì con qualcuno che lo aiuti a capire.
Negli Usa un bambino su tre ha ricevuto un dvd Baby
Einstein. I genitori moderni sono così ansiosi di far diventari
i figli tutti geni? E che effetto ha questa pressione
sull’apprendimento dei bambini?
I bambini arrivano sempre più tardi nella vita dei genitori, spesso
sono figli unici e circondati da decine di adulti. Così il bimbo da
solo deve soddisfare le aspettative di tutti questi adulti, spesso in
conflitto tra loro.In questa modalità di crescita c’è una forte pressione
da parte dei genitori per rendere ogni bambino un capolavoro,
un prodigio,fornendogli sempre qualcosa in più rispetto agli
altri per diventare più intelligente. E senza capire che ogni bambino
è già comunque un prodigio. Per il piccolo è sicuramente un
fattore che genera ansia e questo non ne stimola affatto l’intelligenza:
più sente il peso delle aspettative, più diventa preoccupato
rispetto a quello che dice e a quello che fa. L’ansia da prestazione
può portarlo a chiudersi. Più alta è l’aspettativa del genitore,
peggiori saranno le prestazioni cognitive del figlio.
Aspettative a parte, sottoporre un bimbo a più stimoli
possibili fa sempre bene?
No, affatto. Un esempio degli effetti della sovraesposizione agli
stimoli sono disturbi come il deficit dell’attenzione. Se si intrattiene
sempre il bambino, se si continua a tenerlo occupato non lasciandogli
mai il tempo logico per vivere un’esperienza ed elaborare
gli stimoli, lo si rende solo più distraibile.

Posted in ADHD, Famiglia, Genitori, Infanzia | Leave a Comment »

6th International Congress of Cognitive e Psychotherapy, Rome 19th-22nd June 2008.

Posted by Maria Beatrice Toro su 9 giugno 2009

Cognitive-behavioural therapies in treatment of Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD):the parent training

Posted in ADHD, Psicoterapia | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: