Guida alla scelta del centro estivo giusto

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Con al chiusura delle scuole i genitori che lavorano tornano a fare i conti con la complessa gestione dei propri figli. Durante la ricerca della soluzione perfetta i genitori si avvalgono di tutti i volontari disposti a fornire un supporto, dalla mamma dell’amichetto che non lavora, alla zia che se ne occupa qualche giorno a settimana e… gli interrogativi che attanagliano le famiglie oscillano tutti attorno agli stessi temi: meglio la parrocchia o il centro estivo? Nonni o baby sitter? Lasciamo che si crogiolino tra videogiochi e tv oppure che siano intrattenuti da centri in cui sono possibili attività sportive e gite al mare?

“Sicuramente – riferisce la Prof.ssa Maria Beatrice Toro al Fatto Quotidiano – nei primissimi giorni di vacanza i bambini hanno bisogno di qualche momento di tranquillità utile per rigenerarsi dagli stress causati dall’ultimo periodo dell’anno che richiede sempre una grande concentrazione e un elevato dispendio di energie; hanno bisogno di rallentare le attività, di annoiarsi un pò e di sperimentare il dolce far niente, magari in compagnia di un amichetto. E’ poi auspicabile, se si ha la possibilità di avvalersi dell’aiuto di nonni attivi e volenterosi, far in modo che i più piccoli trascorrano le proprie giornate all’aperto, magari facendo una gita la mare o in campagna purchè i super nonni in questione non concedano troppi vizi, soprattutto un abuso di cibi e bevande insane o videogame e, soprattutto, abbiano il piacere di portarli fuori e non si sentano sfruttati troppo”.

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In assenza di nonni prodigio però è possibile comunque organizzarsi e scegliere, tra la vastissima gamma di offerte che i centri estivi propongono, quella che meglio si confà alle caratteristiche dei più piccoli quindi continua la Prof.ssa:

“Se il bambino durante l’anno non ha mostrato particolari segni di disagio o difficoltà emotive è possibile optare per un centro estivo generico, magari centrato su attività all’aperto in cui offrire al bambino l’occasione di sperimentare se stesso all’interno di un nuovo gruppo di pari, di fare nuove amicizie e vivere e gestire anche i conflitti in autonomia. D’estate, indipendentemente dalle attività ricreative che si selezionano per i bambini, il tempo è meno incalzante, la giornata è meno strutturata e questo permette di dare ampio spazio al confronto comunicativo e all’aspetto relazionale. Se, al contrario, il bambino è inibito, un pò timido, meglio optare per un luogo in cui le attività siano più strutturate e centrate anche su attività didattiche orientate allo studio di una lingua o a esperienze con la natura. Per un bambino agitato e irruento la scelta potrebbe invece ricadere su centri che vadano maggiormente incontro a questo temperamento, in cui si prediligano le attività sportive, in cui ci siano pochi momenti di pausa e scarse occasioni in cui annoiarsi, meglio ancora ma solo per i più grandini, se si presentano possibilità di dormire qualche notte fuori.”

 

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Genitori over 40…perchè no!

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In un epoca in cui si ha la possibilità di diventare genitore anche oltre la soglia dei 40 anni  ci si chiede se questa possa essere una scelta corretta ed equilibrata, soprattutto per il benessere dei nascituri. La psicologa psicoterapeuta Maria Beatrice Toro sostiene che se l’età anagrafica non è un vincolo alla capacità genitoriale di un uomo allora non lo è nemmeno per una donna. Ciò che più conta, dunque, è la capacità di assumersi delle responsabilità e di fare una scelta in modo consapevole, indipendentemente dall’età. Le ultra-quarantenni – sostiene la Prof.ssa – sono giunte ad uno stadio della vita in cui tutto si affronta con minore stress, si ha un atteggiamento di maggiore apertura e le ambizioni, almeno lavorative, diminuiscono e lasciano lo spazio alla sfera affettiva e alla possibilità di potersi dedicare pienamente e attentamente a un bambino.

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Insegna ai figli il bello della mindfulness

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Sulla rivista Donna Moderna, la giornalista Silvia Calvi intervista la prof.ssa Maria Beatrice Toro in occasione dell’uscita del suo libro “Mindfulness per crescere. Guida per bambini (e adulti) sotto pressione” nelle librerie dal 9 novembre.

Il libro cerca di rispondere alle difficoltà che affrontano quotidianamente i più piccoli, i cosiddetti nativi digitali che, al pari degli adulti, sono impegnati costantemente in molteplici attività e spesso sopraffatti dalla presenza invadente della realtà digitale. Per far fronte a questi momenti di stress- ci spiega la prof.ssa Toro- è possibile avvalersi degli esercizi di mindfulness, ovvero la pratica che stimola la consapevolezza o quella che viene definita “attenzione sollecita”. Questa disciplina permette a coloro che la praticano di sperimentare serenità, aumentare la concentrazione e cominciare a godere di un tempo prezioso.

Naturalmente gli esercizi proposti dalla prof.ssa Toro nel suo libro sono ideati per rispondere all’età e alle necessità dei più piccoli; non si tratta di attività lunghe ed impegnative e per questo si può approcciare a questo mondo già a partire dai 5 anni. Compito dei genitori è essere presenti in modo autentico: condividendo questi momenti di tranquillità e dolcezza essi possono mostrare ai bambini che si può uscire fuori dal vortice di impegni senza per questo sentirsi annoiati o vuoti.

Grazie alla mindfulness, giorno dopo giorno, pratica dopo pratica, i bambini potranno sentirsi meno spaventati, saranno più dotati di intelligenza emotiva ed impareranno ad apprezzare maggiormente le cose della vita, riuscendo ad abbassare i livelli di stress che possono sovraccaricare la loro quotidianità, riappropriandosi della spensieratezza tipica della loro età.

 

Crescere con la Mindfulness

L’aggettivo sostenibile è, oggi, una parola molto in auge che, tra le altre cose, si sposa molto bene con la consapevolezza.

La consapevolezza, infatti, si esprime essendo attenti alla sostenibilità interiore delle esperienze che facciamo: questo è preziosissimo soprattutto quando si parla di bambini, che più di noi hanno difficoltà a elaborare il mare di informazioni in cui sono immersi. Troppe volte essi sono di fronte a esperienze a loro inadatte…non possono elaborare stimoli pensati per persone più grandi, così li incamerano, senza capirli. Lo stesso avviene per gli impegni e per i rapporti: sono troppi e vissuti troppo superficialmente, così alla fine non danno nulla, se non l’angoscia di non riuscire a controllare tutto e tutti.

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Vivere con consapevolezza significa rallentare, prendere contatto con se stessi e i propri limiti,  nel rispetto dei tempi fisici e psicologici che tutti abbiamo.

Auguro ai genitori e agli educatori di sapersi prendere cura dei propri limiti con sollecitudine. Non si riesce a essere veramente presenti se ci si costringe a corvee insostenibili; si vive tutto in modo automatico e ci si lascia sfuggire dei momenti che sono davvero unici. Presto il bambino crescerà; non perdiamo le occasioni che ci dà per stargli accanto e lasciamogli la possibilità di vivere la sua infanzia da bambino e non da piccolo adulto; scegliamo di non forzarlo a vivere la vita che con amore abbiamo progettato per lui, se non dopo aver fatto i conti con la sostenibilità di tale impresa per la sua delicata mente in crescita.

L’articolo completo è disponibile sul sito ANSA – Life style al seguente link https://www.ansa.it/lifestyle/notizie/societa/famiglia/2016/10/25/dalla-lentezza-alla-tutela-dellimmagine-i-5-nuovi-diritti-dei-bambini-di-oggi_6dc0106d-c9a0-4011-9694-fae0956b3e7c.html

“Nativi digitali: conoscerli, capirli, crescere con loro”

Venerdì 15 aprile alle ore 19,00 presso il Teatro della Parrocchia di San Bernardo, la psicologa e psicoterapeuta Maria Beatrice Toro incontrerà genitori e formatori per aiutarli a conoscere e comprendere meglio la generazione dei nativi digitali.

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Per ulteriori informazioni clicca sul link http://www.sanbernardoparrocchia.it/nativi-digitali-conoscerli-capirli-crescere-con-loro/

Idoli dei bambini

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Alla tenera età di cinque anni le bambine, ma anche i maschietti, hanno già i loro beniamini e si mostrano pronti a tutto pur di incontrarli durante le manifestazioni che presenziano per stringere loro la mano e chiedere l’autografo da appendere in cameretta o mostrare agli amichetti.
Non sarà troppo presto per avere degli idoli?  Di fronte a figli sempre più precoci ed esigenti come dovrebbero comportarsi i genitori?

Ha provato a risolvere il dilemma la giornalista Federica Brignoli che ha intervistato, per il settimanale F, la psicoterapeuta Maria Beatrice Toro.

L’esperta sostiene che effettivamente cinque anni sono pochi per avere già un idolo e aggiunge che in realtà fino
all’adolescenza non c’è lo spazio fisico per avere un idolo con cui identificarsi: a quell’età ci sono i genitori. Sono loro l’esempio da imitare. Semmai alle fiabe e ai cartoni animati, escludendo, come è ovvio, quelli violenti o poco adatti ai piccoli, chiediamo di offrire dei modelli di comportamento poichè, proprio le fiabe, sono canovacci che i bambini usano per sperimentare le loro emozioni. Danno una traccia per la costruzione di sé, del proprio carattere e trasmettono valori importanti.
La narrazione diventa esperienza attraverso il gioco. Il bambino cala su di sé un racconto, lo sogna, lo immagina, lo riscrive, lo modifica e apprende proprio mentre gioca, l’importante è lasciare ai bambini il tempo di giocare e sperimentare, perché è questo che li fa crescere. Portarli al raduno dei loro idoli o concedergli il gadget di un personaggio invece non insegna nulla. Ovviamente non va evitato a priori  ma concesso a piccole dosi. Ottenere la maglietta del personaggio preferito è gratificante, incontrarlo è una scarica di adrenalina. Giocare e basta lo è molto meno e il rischio cui si va incontro è che i bambini diventino passivi, perché dipendenti da qualcosa che arriva dall’esterno. Incontrare l’idolo è soltanto un brivido di piacere. Il gioco invece ha anche una funzione sociale: il bambino deve farsi includere in un gruppo e rispettare delle regole. In virtù dell’importanza dell’inclusione del bambino nel gruppo – aggiunge la Professoressa – vietargli di  vedere il cartone animato che vedono tutti non ha senso perchè si rischia proprio l’esclusione poichè il bambino è digiuno da determinate storie che vengono invece condivise da tutti gli altri. Al massimo ha senso concedere il gadget o l’incontro con il personaggio del cuore come ricompensa. Ti sei comportato bene, allora puoi avere questo! Una volta ogni tanto, sia chiaro. Spesso però i genitori fanno regali ancora prima che i figli lo chiedano. Togliendo loro il piacere dell’attesa.
Se non vogliamo rischiare che i bambini passino da un gioco all’altro senza mai esserci dentro dobbiamo concedere loro più tempo libero. Devono avere il tempo di sperimentare e quindi giocare con i vari personaggi. Spesso siamo noi genitori a non dare loro il tempo di farlo. Gli concediamo poco spazio: un’ora tra la fine della scuola e l’inizio del corso di inglese o di nuoto. Alla scuola materna hanno già un’agenda fitta. E’ così che l’acquisto di un regalo diventa l’unica cosa che li gratifica. Il consumo è rapido, la costruzione creativa invece richiede tempo».

 

La presenza dei papà in sala parto

La presenza dei papà in sala parto per assistere le proprie compagne è un fenomeno in crescita nell’ultimo decennio. Come sottolinea la prof.ssa Maria Beatrice Toro, i papà sono sempre più presenti già a partire dal periodo della gravidanza e sono maggiormente coinvolti a livello emotivo durante l’attesa; questo fa maturare in loro il desiderio di esserci al momento della nascita.

Questa scelta non avviene all’improvviso ma viene maturata nel corso della gravidanza soprattutto se l’uomo ha partecipato ai corsi pre-parto e, via via, inizia a prendere sempre più coscienza della nuova vita che sta generando insieme alla sua compagna. Il momento della nascita è il momento di costruzione della famiglia ed è giusto che il futuro papà, se ne ha voglia, abbia la possibilità di essere presente mentre ciò avviene.
Inoltre – continua la prof.ssa Toro- può succedere che un papà che inizialmente decida di essere presente al parto, non riesca poi a sostenere le emozioni del momento e sia costretto ad uscire. Questo è molto complicato per la donna che si trova improvvisamente, e senza preavviso, costretta a gestire questa “presenza/assenza” e viene caricata anche di maggiore ansia.
Spesso capita che la scelta della donna rispetto a chi fare entrare con lei in sala parto ricada non sul compagno ma piuttosto sulla madre o sulla sorella. Secondo la prof.ssa Toro questa dinamica è legata innanzitutto a fattori culturali (ci sono luoghi dove la famiglia è molto più sentita e questa vicinanza viene proprio richiesta) e poi al fatto che il rapporto con la propria madre rappresenta il modello da cui partire senza tralasciare, inoltre, che la mamma è una figura estremamente rassicurante e che ha già vissuto tutto quello che sta per accadere alla figlia.
I futuri papà, d’altronde, stanno ormai diventando sempre più bravi in sala parto, soprattutto nell’incoraggiamento e nella rassicurazione della propria compagna.
Nella nostra società, sempre più improntata sull’immagine e sulla dinamica dell’apparire, anche il momento del parto viene condiviso sui social network e cessa di essere uno spazio privato ma viene condiviso con tutti, anche con chi non si conosce. In questo modo il futuro papà perde qualcosa perché, avendo lo sguardo sul cellulare, non può orientarlo alla sua compagna e al proprio figlio e finisce per non cogliere il momento cruciale in cui si costruisce la sua famiglia. E naturalmente dopo aver pubblicato la foto non si resiste al controllare se essa è stata commentata o se ha ricevuto dei like…..è così che questa esperienza meravigliosa ed intima finisce per essere costruita con un pubblico anziché con la propria famiglia.
Cosa comporta l’aver vissuto insieme questa esperienza del parto?
L’aver vissuto insieme questa esperienza può aiutare il papà a comprendere meglio anche la stanchezza, i turbamenti e le preoccupazioni della propria compagna durante il post-partum. Ciò consentirà ai neogenitori di “passarsi la staffetta” e di sostenersi a vicenda avendo condiviso, passo dopo passo, questa difficile ma al contempo meravigliosa esperienza di vita.

Disturbi alimentari: l’accettazione è il primo passo verso il vero cambiamento

La Prof.ssa Maria Beatrice Toro è ospite della trasmissione “Bel tempo si spera” in cui affronta il tema dell’obesità.
In particolar modo l’intervista prende spunto da una vicenda di cronaca: un padre ha costretto le sue due figlie a praticare attività fisica, anche a livello agonistico, contro la loro volontà e in virtù del loro essere “grassottelle”.

La Prof.ssa evidenzia come normalmente i genitori agiscono per il bene dei propri figli ma, quando l’accento cade sull’alimentazione, diventa necessario essere cauti per non andare a ledere l’area della vergogna, dell’inadeguatezza e della critica. Per una ragazza obesa in adolescenza – continua la prof.- è molto difficile parlare di questa problematica senza incorrere subito nella sensazione di essere criticata e giudicata dall’altro. La cosa importante è permettere a questi ragazzi di “accettarsi”, far comprendere loro che vanno bene così come sono ma che potrebbero stare meglio poiché ne hanno la possibilità.
Per guarire da un disturbo dell’alimentazione – spiega la prof.ssa Toro- è necessario accettarsi, poiché l’accettazione è il primo passo verso il vero cambiamento. Il cibo diventa, per questi ragazzi, una forma di auto-consolazione, di rilassamento e da’ loro la possibilità di trovare un rifugio che gli consenta di stare bene.
Un genitore deve quindi cercare di essere comprensivo, di rendersi disponibile e non criticare il figlio rispetto alle sue abitudini alimentari, soprattutto in presenza di altre persone.

La prof.ssa sottolinea inoltre che viviamo attualmente è una società fortemente improntata sull’immagine di sé e sulla competizione. In questo senso un genitore che spinge il figlio verso lo sport agonistico contro il suo volere finisce per alimentare questo schema evidentemente sbagliato. Ciò conduce alla creazione di relazioni basate sull’invidia, sulla sfida e sulla critica.

L’obesità è un fenomeno in crescita nel nostro Paese; circa il 20% dei bambini è sovrappeso e il 9% è in stato di obesità. Per affrontare questo problema è necessario “reinventarsi” partendo proprio dalla spesa e soprattutto non utilizzare il cibo come oggetto di premio o punizione. Le piccole ricompense, che possono essere dispensate sotto forma di cioccolata o piccoli dolcetti, non devono essere legate a momenti individuali del bambino ma piuttosto a momenti di festa e condivisione. E’ necessario svincolare il cibo dal concetto di ricompensa per una prestazione (ad esempio un buon voto) ed inserirlo in un contesto di regole alimentari che favoriscono il benessere. In questo senso è necessario sostituire alcune espressioni educando al positivo e sottolineando che le regole sono necessarie in campo alimentare “ perché ci fa bene” e non “perché ti fa ingrassare”.
Quando ci accorgiamo che i nostri figli o la nostra compagna stanno ingrassando- conclude la prof.ssa Toro- è necessario intervenire ma con cautela, elicitando la motivazione al cambiamento e sostenendo la persona a compiere un movimento verso l’esterno.

Papà o… mammo?

Il momento storico-sociale che stiamo vivendo è un momento di grossi cambiamenti che toccano l’individuo in tutte le sue sfere di azione.

Tali cambiamenti socio-economici e culturali si dispiegano rapidamente, coinvolgendo e travolgendo gli attori sociali senza che spesso ci siano le risorse comportamentali e organizzative per affrontarli; ossia le cose cambiano senza che gli individui abbiano gli strumenti e i modelli adeguati per affrontare tali cambiamenti generando nel singolo insicurezza e fragilità.

Ed è proprio della fragilità dei “nuovi” genitori che fa parte la paura che molti papà hanno di diventare “mammo”, se ci si occupa a tempo pieno dei figli.

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