Recensione del libro “La cura psicologica del bambino”

Per comprendere il disagio infantile e il suo significato, non si può che partire da quanto lo stile di vita e l’educazione del bambino siano cambiati negli ultimi 30 anni, con un’accelerazione formidabile dovuta ai cambiamenti nella struttura familiare e all’immersione nelle tecnologie della comunicazione. Dal 2000 in poi i bambini possono essere chiamati “nativi digitali” volendo sottolineare la loro diversa modalità di essere e di comunicare rispetto alle generazioni precedenti e ai genitori. 

L’approccio Cognitivo-Interpersonale al disagio infantile vuole intervenire non solo sul bambino, ma anche sul suo contesto ambientale, implementando trattamenti che prevedono sempre come complemento indispensabile, il coinvolgimento di genitori e nonni, nonché della scuola, studiando il bambino nel suo ambiente e verificando se, oltre alle dinamiche più propriamente psicologiche, siano presenti messaggi familiari disfunzionali, o tempi e stili di vita incompatibili con un pieno adattamento, o un contatto pervasivo con la virtualità, che rende il bambino dipendente e gli impedisce di mettere i videogiochi da parte e dedicarsi a modalità ludiche diverse e a relazioni ‘vis a vis’ con i coetanei.

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La solitudine

Perché la solitudine fa paura?

Viviamo in un mondo che appare denso di amicizie sia reali che digitali: basta osservare i profili facebook, twitter, instangram per rendersi conto dei numerosi contatti che le persone intrattengono. Eppure la solitudine fa paura!
“Si la solitudine fa paura!” afferma la psicologa e psicoterapeuta Maria Beatrice Toro che sostiene “ciò che spaventa le persone non è la paura di essere soli poiché autonomi, ma è la solitudine come condizione di abbandono, l’idea di essere impotenti, di non riuscire a entrare in contatto con l’altro, perchè lontano o diverso da noi”.

Le amicizie, i rapporti interpersonali, sono una forma di potere declinabile in termini di “Io posso entrare in contatto con l’altro!”, le relazioni sono fondamentali per l’individuo e, sottolinea la dottoressa, è estremamente importante trasmettere ai propri figli il valore delle relazioni.

In quanto genitori, infatti, siamo chiamati non solo a educare i nostri bambini ma anche a essere in grado di creare per loro uno spazio in cui abbiano la possibilità di relazionarsi, di entrare in contatto con l’altro, di avere dei legami, rispettarli e coltivarli. È necessario iniziare alla relazionalità sin da piccoli poichè il rapporto è sicuramente una risorsa ma è anche uno scoglio; se da una parte attira, dall’altra intimorisce in quanto presuppone una presentazione di se stesso all’altro, una valutazione, del proprio essere, da parte dell’altro, la possibilità di essere accettati, di essere scelti ma anche l’eventualità di essere esclusi e la frustrazione che ne consegue……

Nei rapporti interpersonali spesso c’è una polarità tra chi vive l affettività come propria necessità di contatto con l’altro, come bisogno di calore e chi invece la vive come risonanza con il proprio mondo interno. Quest’ultimo può apparire più egoista, più centrato su di sè ma, in realtà, sono entrambi caratteri in grado di accudire gli altri: i più autonomi spesso anche con grande generosità perché “sono liberi” e quindi in grado di offrire un “amore libero”, sono due mondi differenti ma complementari di essere, di esprimersi e relazionarsi.

Una riflessione sull'infanzia di oggi

Il bambino oggi viene sempre più precocemente autonomizzato e reso simile all’adulto, di cui è talvolta più preparato sul terreno della virtualità. Dagli anni duemila in poi, i bambini sono stati definiti nativi digitali (Prensky, 2001), volendo sottolineare la loro diversa modalità di essere e di comunicare rispetto alle generazioni precedenti e, in particolare, ai genitori. L’educazione è un concetto che il postmoderno tende a far scomparire, mettendo bambini e adulti sullo stesso piano, in quanto fruitori del medesimo stile di vita. Per prendere le misure di questo fenomeno, possiamo volgere lo sguardo all’habitat nel quale viviamo: è un mondo letteralmente colmo di oggetti che possono essere usati interscambiabilmente da adulti e bambini: abiti, film di animazione pensati per far appassionare a ogni età, divertimenti digitali. Sia per gli adulti che per i bambini si è giunti a tassi altissimi di mediazione tecnologica di esperienze e relazioni, e la quotidianità è stata ormai resa simile a un gioco.

Lo psicologo, oggi, può veicolare il concetto di ‘necessità dell’infanzia’ come momento in cui il bambino ha bisogno di cura, educazione, tutela.

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